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Astratti

Astratti
Astratti

Bioarte

Introducendo materiale biologico come nuovo strumento dell’arte, l’artista esplora le possibilità dei sistemi biologici mettendo in evidenza ciò che è naturale e trasformandolo in culturale. Testori afferma: “Ho esplorato non solo il confine tra arte e scienza ma anche il confine tra naturale ed artificiale”. Queste opere offrono uno spunto di riflessione sull’influenza delle preferenze estetiche di Testori, dando risposta ai dettami del gusto comune e alle esigenze stilistiche del nostro periodo storico. Lo sviluppo tecnologico è la condizione iniziale che in contrapposizione ha permesso la nascita di una nuova arte che fa uso di materiali nuovi perché inediti ed inusuali, ma paradossalmente, più vecchi della terra. La Bioarte, in una società tecnologica basata sul culto dell’artificiale, trasmette e ci ricorda i valori di ciò che è naturale.
Bioarte

Biototem

Il BIOTOTEM di Roberto Testori Si sa bene che nulla contiene più vita degli oggetti di rito, sia esso liturgico, sia esso funebre; e altresì che ben poco contiene più semplice e invincibile bellezza Giovanni Testori Guardando le ultime pitture-collage di Roberto Testori, non posso non ricordare che Testori, disegnatore e pittore, parte dalla realtà, da quel fatto di realtà assolutamente particolare che è il corpo umano, soggetto di presenza nel mondo che racchiude in sé materia e spirito insieme, carne e pensiero, desiderio e sentimento. “Il corpo consiste unicamente di luoghi di vita”, scrive Rilke a proposito di Rodin, corpo che Testori ha rappresentato per anni, nei suoi disegni di nudo femminile, come fonte originaria del desiderio, come polo di attrazione che si mostra nel movimento della sua linea, nel vibrato della sua pelle, nell’espressione della sua carnalità. E da lì, dalla cattura di quel corpo vivo, dalla sua impronta, Testori si è mosso, avvertendo una sorta di insoddisfazione che lo porta oggi a scomporre il corpo in tanti frammenti per poi ricomporre un’unità, ristabilire una forma chiusa e compiuta in se stessa. È come se interrogasse il corpo sulle sue potenzialità di trasformazione, rendendolo materia duttile e manipolabile per aprirsi a nuove possibilità di rappresentazione. Nello spezzettare, nel ritagliare per poi ricostruire, il risultato che ne emerge è una forma plastica, solida ma in movimento: a volte sembra mettersi di tre quarti, indietreggiare sotto il passepartout, occhieggiare a chi è fuori dalla sua cornice, mentre lo sguardo del fruitore può così decidere come muoversi, dove scorgere una direzione, alla ricerca, forse, di una traccia, di un indizio che lo conduca verso una linea o un orientamento di senso. Non siamo di fronte a una rappresentazione concettuale del movimento destruens/construens di un corpo, ma alla riaffermazione con forza della materia umana e fisica (pensiamo già soltanto al gesto del dipingere e alla manualità del comporre!). E così capita di ricostruire nella visione una faccia, una testa bitorzoluta (assemblaggio di seni, natiche, cosce…), che si propone in un perfetto equilibrio di tratti, diverso ma riconoscibile come volto di espressioni e atteggiamenti propri dell’essere umano. L’essere umano avviluppato su se stesso come una mummia, sintesi primitiva di caratteri viventi. Forma instabile, inquietante a un primo sguardo, ma non disperata, perché subito risalta la centralità dominante (e verticale, come l’essere umano nello spazio) della sua presenza nel quadro, presenza composta, equilibrata, chiaramente armonizzata nei suoi contrasti di luce e colore. Armonia sottolineata dal fondo che alleggerisce la forma, fondo che pare d’aria, di terra, spolverato nel folto dell’erba, immerso in un fondale sottomarino. Armonia ricercata da Testori anche nella scelta della cornice, classicheggiante e artigianalmente ben fatta, che confina quella forma nel mondo dell’immaginazione, lontana dal rischio della sua presenza nella realtà. Ma quella forma, sfuggente a una figurazione definitiva e stabile, sembra anche un frammento di materia cosmica, un affioramento dalla complessità della stretta relazione tra essere umano e corpo celeste, tra corpo vivente e sasso. E suscita, come vivificata dall’urgenza di uscire e di esplodere dal suo contenimento, un sentimento di appartenenza, di compassione, come se nelle metamorfosi della sua presenza riconoscessimo un movimento tra passato e futuro, un corpo mutante a metà strada tra la storia di quello che siamo stati e il futuro (già presente) di un’ingegneria biogenetica. Una sorta di totem, che mette in relazione umano e non umano e instaura una parentela tra vivo e non vivo, tra primitivo e moderno, arginando la forza del vento che cancella la nostra memoria. Paola Cattaneo
Biototem

Decorazioni

Decorazioni
Decorazioni

Figura

Testo di Fabrizio Tassi Il mito vuole che la visione di Diana nuda uccise Atteone. Che Tiresia fu accecato dalla “nudità abissale” della dea Atena. Sono state scritte migliaia di pagine (storie e poesie, saggi freudiani e anatemi cristiani) “sull’intossicazione” prodotta dall’amore e dal piacere sessuale, sul fascino (fascinum) della donna come incantamento e sortilegio. Dovremmo essere vaccinati dal Novecento, dalle donne che si offrono senza pudore ai disegni di Shiele, dalle provocazioni ex-post-neo-vetero-avanguardiste e concettuali, ma soprattutto dalla banalizzazione e volgarizzazione del “mistero” prodotto dalla civiltà dell’immagine, che ha sempre bisogno di stupire (e di vedere). E invece il nudo ha conservato tutta la sua forza dirompente (anarchica? rivoluzionaria?). E il suo essere soggetto ideale per l’alchimia dell’arte in movimento. Merito della doppia qualità di forma-materia (da osservare, riconoscere, studiare, contemplare) ed emozione-magia (da sentire e ri-velare). Lo si vede ancora nell’opera di quegli artisti, come Roberto Testori, che nel loro piccolo si ostinano a cercare il come, il dove e il perché del nudo femminile. Che anno dopo anno – lui è partito dall’Osservatorio Figurale di Enrico Lui – tornano a ripensare al proprio modo di guardare e sperimentano e rileggono e ridipingono usando ogni volta un nuovo sguardo o una nuova tecnica (compresi i salti all’indietro, a ritrovare un tema perso per strada, a ripercorrere un sentiero abbandonato al momento sbagliato). I quadri visti in mostra allo Spazio Habiate Arte, ad Abbiategrasso, nella prima settimana di marzo, offrivano un percorso che era allo stesso tempo interessante e affascinante (nel senso etimologico della parola). Corpi che sono gesti, donne senza volto o volti che sono corpo & desiderio, nudi fatti di poche linee (dove sarà l’essenza? dov’è che finisce il corpo e inizia il segno astratto? ci sarà un luogo in cui comincia la materia del desiderio?), forme-colori che riempiono la tela come un’intossicazione (che hanno spessore materico, un’offerta illusoria al senso del tatto), donne sfacciatamente donne e modelli che sembrano eterei esercizi foto-creativi. Ogni sviluppo è possibile. Il corpo non cambia mai. Il corpo cambia sempre. Come l’arte. Fabrizio Tassi (“Liberta” – Abbiategrasso) A seguito della visita presso la mostra allo Spazio Habiate Arte – marzo 2005
Figura

Legami

I Legami L’amalgama in unico contesto artistico fra studi, esperienze, ascolto di stati d’animo ed emozioni costituiscono le basi dell’opera definita “Legami” di Testori, fisicamente rappresentata dai materiali utilizzati. Di fatto Roberto, seguendo una propria interiore ispirazione, nascente dall’osservazione di oggetti e creature, cattura il senso del concreto, ascolta i propri stati d’animo ed emozioni, ed utilizzando i materiali che ritiene adatti, trasfigura intuitivamente il tutto in opera artistica che suggerisca riflessione. Il risultato, restando nell’ambito pittorico, è condito dall’utilizzo di colori tenui e pacati che danno al soggetto rappresentato un senso di timida complicità nel proporsi vincolato da esigenze simboliche degne, appunto, di accurate riflessioni. Opere che parlano al mondo interiore di chi sa ascoltare
Legami

Scultura

Scultura
Scultura

Tensioni

LE TENSIONI INCANTATE di Roberto Testori Roberto Testori continua il suo percorso nella scoperta delle potenzialità del gesto pittorico e della materia da lavorare. Dopo la sincera e ostinata trascrizione dal vivo della figura umana fino alla decostruzione della stessa e al suo ricomporsi in una forma plastica al confine tra il protoumano e il postumano (il “Biototem”), eccolo avanzare sulla strada dello svuotamento. Testori avverte il bisogno di semplificare e ritornare quasi alle origini del fare pittura, procedendo per tentativi che in realtà sottintendono una precisa necessità di spazio aperto quasi totalmente privo di figurazione, presenza di tela e colore che basta a se stessa e si impone nella sua forza. Così nascono le Tensioni, quadri–pareti monocromi realizzati avvicinando frammenti di tela scartata in un unico rettangolo, il quadro, trapassato da linee rette o curve. Queste linee indicano la “tensione” cui è stata sottoposta la tela (il cotone, il tessuto di jeans appena uscito dal telaio o già lavato) nei punti in cui Testori l’ha ricucita, appuntando in una linea dei piccoli spilli (una vera e propria imbastitura). Il tessuto ha così reagito in modo in parte imprevedibile, lasciando emergere in primo piano le aperture, gli strappi più o meno discontinui che lo attraversano. Questi strappi sono tagli, direzioni che non portano da nessuna parte se non all’interno di un muro appena mosso dal colore, striato da onde di luce più o meno intensa. Nel grembo amniotico del colore viene a stabilirsi, così, una geometria incerta e primitiva, a volte quasi alludente alla sua origine greco-cristiana, al disegno di linee orizzontali e verticali di una croce destrutturata. Nella ricerca di spazio e libertà, nel gesto semplice e originario del dipingere (e in quello altrettanto antico del rammendare), nello sforzo della tensione della tela (che tale deve essere, ben tirata, per ricevere al meglio il colore), si aprono sempre una o più ferite, tracce che sembrano confermare l’essenziale precarietà del cammino interiore e interno alla pittura stessa. Dopo l’ingombro di tanta materia, colore e forma manipolata e spezzettata nelle opere precedenti, in queste ultime Testori inaugura un luogo di silenzio, di pulizia, di riposo. Il pittore chiede una pausa alle sue composizioni più articolate e contrastate, lascia scorrere il tempo sulla trama delle tele, dove, inevitabilmente, l’elemento dominante su tutto diviene il colore (il luogo dell’“efficace contatto con l’anima”, afferma Kandinskij), lo stato emotivo, cioè, in cui immergersi e immergere lo spettatore alla ricerca dei propri fantasmi. Qui il colore non grida il suo timbro acceso ed istantaneo, ma incanta nella mutevolezza dei toni, scivolando in un orizzonte profondo, un intervallo di silenzio e apertura all’infinito interiore. Paola Cattaneo
Tensioni